Le notti tropicali sono un rischio da misurare meglio
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Le notti tropicali sono un rischio da misurare meglio Meteorologia

Un articolo pubblicato su Nature richiama l'attenzione sugli effetti del caldo notturno sul sonno e sul recupero dell'organismo. A Firenze, dall'inizio dell'estate fino al 27 agosto 2026, si contano 46 notti con temperature minime superiori a 20 °C. Occorre studiare non soltanto quanto fa caldo di giorno ma quanto calore resta durante tutta la notte.

 

Quando si parla di ondate di calore, l'attenzione cade quasi sempre sulle temperature massime, i 38, i 40 o più gradi delle ore centrali della giornata. Ma il nostro organismo ha bisogno anche della notte per smaltire il calore accumulato, riposare e recuperare.

È proprio su questo aspetto che si sofferma un contributo pubblicato lo scorso 17 agosto come Comment su Nature, dal titolo significativo "Too hot to sleep? How heatwaves at night affect our health" (Troppo caldo per dormire? Come di notte le ondate di calore impattano sulla nostra salute). Poiché il cambiamento climatico sta rendendo più calde anche le notti, gli autori sottolineano quanto sia urgente capire meglio come questa esposizione notturna interferisca con il sonno, la termoregolazione e il recupero fisiologico.

Per la Toscana non è un tema astratto. Nel periodo estivo, giugno, luglio e agosto (fino al 27)  il Consorzio LaMMA-CNR ha contato a Firenze 46 notti tropicali, cioè con temperatura minima superiore a 20 °C, praticamente una notte su due. Un numero che conferma una tendenza già evidente negli ultimi anni. Come emerge anche dai report stagionali LaMMA per il trimestre estivo, i dati dal 1955 mostrano che le notti tropicali sono triplicate rispetto al passato (vedi report Estate 2025)

notti tropicali

notti tropicali grafico

 

Dodici minuti di sonno in meno per una notte tropicale

Uno studio condotto in Germania su quasi mezzo milione di persone che usano dispositivi indossabili, fra il 2020 e il 2022, offre un risultato interessante perché adotta la stessa definizione europea di notte tropicale, temperatura minima sopra i 20 °C. Nel campione analizzato, ogni notte tropicale è risultata associata in media a circa 12 minuti di sonno in meno, pari al 2,8% della durata media, rispetto alle notti più fresche. Lo studio ha osservato anche un effetto che si accumula nel tempo: più notti molto calde si susseguivano nei giorni precedenti, maggiore era la perdita di sonno registrata. Le ondate di calore più lunghe sembrano quindi pesare di più sulla qualità del riposo, e di conseguenza sulla salute.

Questo dato non si può trasferire meccanicamente a Firenze, perché abitazioni, climatizzazione, età, condizioni socioeconomiche e livello di acclimatazione sono diversi. Ma dimostra che la soglia dei 20 °C non è soltanto una curiosità climatologica, e suggerisce che una lunga sequenza di notti tropicali meriti attenzione anche dal punto di vista sanitario.

 

Non conta soltanto la temperatura minima

Altri studi suggeriscono qualcosa di ancora più importante: una soglia fissa, che sia 20, 25 o 28 °C, potrebbe non bastare a descrivere davvero l'esposizione al caldo notturno.

A Hong Kong uno studio basato su oltre cinque milioni di ricoveri ha utilizzato un indicatore chiamato night-time heat excess, cioè il calore che si accumula durante tutte le ore notturne al di sopra di una soglia locale. Le esposizioni più estreme sono risultate associate a un aumento del 3,1% dei ricoveri complessivi nei giorni successivi, che saliva al 5,3% tra gli anziani e le persone socioeconomicamente più svantaggiate. Gli autori hanno concluso che l'intensità e la durata del caldo notturno raccontano qualcosa che la semplice temperatura minima può far perdere.

Uno studio nazionale giapponese, condotto su oltre 24 milioni di decessi, ha trovato inoltre un aumento della mortalità complessiva dell'ordine del 9-10% nelle notti definite localmente molto calde, anche tenendo conto della temperatura media giornaliera. Anche in questo caso i valori appartengono alla popolazione e al clima studiati, e non rappresentano una stima del rischio italiano.

Un aspetto che sembra particolarmente rilevante riguarda infine le ondate di calore che non danno tregua né di giorno né di notte. Uno studio su 28 città dell'Asia orientale ha rilevato che questi episodi, in cui il caldo intenso persiste senza pause dal giorno alla notte, comportano un rischio di mortalità maggiore rispetto alle ondate limitate al solo giorno o alla sola notte. Una possibile spiegazione è proprio la mancanza di un vero recupero fisiologico durante le ore notturne.

 

Firenze non è un caso isolato

Il segnale riguarda molte città italiane. A Torino, nel solo giugno 2026, ARPA Piemonte ha contato 18 notti tropicali, di cui 16 consecutive. A Milano, ARPA Lombardia ha documentato una tendenza di lungo periodo ancora più chiara: dalle circa 42 notti tropicali all'anno degli anni Novanta si è passati a 59 negli anni Duemila, a 72 nel decennio successivo e a una media di 81 notti fra il 2021 e il 2024.

I dati non sono direttamente confrontabili tra città e periodi diversi, ma mostrano perché sarebbe utile costruire una lettura nazionale omogenea delle notti calde, da Torino e Milano fino a Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Palermo.

 

Dalle notti tropicali a un indicatore clima-salute

Per il LaMMA il passo scientificamente interessante è proprio questo. La soglia attuale, la temperatura minima sopra i 20 °C, resta un indicatore climatico semplice, riconoscibile e molto utile. Ma una valutazione più orientata alla salute potrebbe affiancargli altre informazioni: quanto dura davvero il caldo durante la notte, come varia la temperatura ora per ora e quanto calore si accumula nel complesso, quanto pesa l'umidità sullo stress termico, se le notti calde si susseguono per più giorni, quanto è stato intenso il caldo durante la giornata precedente, e ancora l'isola di calore urbana, le caratteristiche dei diversi quartieri, la distribuzione delle fasce di popolazione più vulnerabili.

Il LaMMA può mettere a disposizione le competenze meteorologiche, climatologiche e territoriali per costruire questa componente di esposizione. Per capire quali valori producano realmente effetti sulla salute in Toscana, però, servirebbe integrarli con dati epidemiologici e sanitari regionali, attraverso studi progettati appositamente insieme alle strutture sanitarie competenti.