Sessant'anni fa l'Arno esondava: 35 vittime, 17 delle quali nella città di Firenze, e un patrimonio artistico ferito sotto gli occhi del mondo. Ma qual era la situazione meteorologica nei giorni precedenti? Proviamo a ricostruirla. La ricostruzione meteorologica del novembre 1966 L'evento arrivò dopo un mese di ottobre molto più piovoso della norma. Dal 24 ottobre piogge abbondanti avevano interessato tutto il bacino dell'Arno: i suoli erano già saturi e la capacità del territorio di assorbire altra acqua era ormai molto bassa. Tra il 1° e il 2 novembre un vasto anticiclone a ovest delle Isole Britanniche si estendeva fino alla Scandinavia, bloccando il flusso perturbato atlantico, mentre sul Mediterraneo insisteva un'ampia depressione, ma poco profonda. Il 2 novembre l'afflusso di aria fredda sulla Penisola Iberica e sul Mediterraneo occidentale determinò l'approfondimento di una saccatura, che attivò un flusso di aria calda dal Nord Africa verso il Mediterraneo centrale. Si formò così un vero e proprio "fiume atmosferico": un corridoio di correnti caldo-umide lungo migliaia di chilometri e largo poche centinaia, che risaliva dal Nord Africa verso l'Italia. Gran parte del vapore non veniva dal Mediterraneo. Le ricostruzioni modellistiche indicano come l'umidità, in buona parte di origine subtropicale atlantica, venisse raccolta sull'oceano al largo del Marocco, convogliata attraverso il Nord Africa e poi spinta verso nord dallo Scirocco. Il 3 novembre si formò un ciclone sul Mediterraneo occidentale, alimentato da aria fredda di origine artica, mentre sui Balcani era presente una robusta alta pressione. Tra i due centri di azione si creò un forte gradiente di pressione, e lungo la penisola il flusso di Scirocco caldo e carico di vapore divenne particolarmente intenso. carta del ‘tempo in quota’ (temperatura e pressione a 5500 metri) 3 novembre 1966 carta del ‘tempo in quota’ (temperatura e pressione a 5500 metri) 4 novembre 1966 Dal primo pomeriggio iniziarono piogge persistenti e intense, che durarono oltre 24 ore sulla Toscana (in particolare sulle zone interne e meridionali) e sul Nord-Est della Penisola. Il 4 novembre un'ulteriore discesa di aria fredda dall'Islanda rinvigorì il sistema depressionario. Intanto l'alta pressione sui Balcani (1032 hPa) continuava a fare da blocco, rallentando lo spostamento della perturbazione verso est e favorendo la risalita del flusso di aria umida verso nord. Lo Scirocco, nella notte e fino alla prima mattina, soffiava a 30-35 nodi (circa 55-65 km/h), con raffiche oltre i 65 nodi (più di 120 km/h). Lo stesso intenso flusso, convogliato lungo l'Adriatico, produsse il livello di marea più alto mai registrato a Venezia e piogge eccezionali sulle Alpi orientali. Solo il 5 novembre la bassa pressione si allontanò verso nord-est: l'ingresso di correnti occidentali riportò condizioni di variabilità e il tempo migliorò. Le precipitazioni in Toscana L'aria caldo-umida, costretta a sollevarsi sulle Apuane, sull'Appennino e sui rilievi meridionali (effetto stau), diede origine a piogge persistenti, con rovesci a tratti anche convettivi. La fase più intensa durò circa 24 ore, dal pomeriggio del 3 alla mattina del 4 novembre. A colpire non fu tanto l'intensità oraria, solo occasionalmente oltre i 25-30 mm, quanto la durata e l'estensione delle precipitazioni. Alcuni numeri: nel bacino dell'Arno 15 pluviometri su 41 superarono i 100 mm in un giorno; in 24 ore la pioggia media raggiunse i 160 mm sul Casentino, i 180 mm sul Valdarno Superiore e i 190 mm sul Mugello e 130 mm sul Valdarno Medio; Fiesole sfiorò i 200 mm in 24 ore; a Badia Agnano (AR) caddero 437 mm in due giorni; sulla costa maremmana si arrivò a circa 300 mm; nel bacino del Serchio diverse stazioni superarono i 200 mm. Per le piogge giornaliere si stimano tempi di ritorno superiori ai 50 anni. Con un vento così forte è probabile che i pluviometri abbiano persino sottostimato. L'Arno crebbe di sei metri in sei ore e all'alba del 4 novembre l'onda di piena entrò in città. Contemporaneamente l'Ombrone sommergeva Grosseto e la Maremma. Il 1966 fu un evento di ampia scala e dall'evoluzione lenta, oggi in buona parte prevedibile con i modelli meteorologici Il rischio oggi ha cambiato forma Nessuno degli ingredienti, preso da solo, era eccezionale: una saccatura autunnale, uno Scirocco, un'alta pressione sui Balcani. È stata la loro combinazione, persistente e su un territorio già saturo, a scrivere una delle pagine più drammatiche della storia di Firenze e di altre zone della Toscana. Il 1966 fu un evento di ampia scala e dall'evoluzione lenta, oggi in buona parte prevedibile con i modelli meteorologici. La configurazione si riconoscerebbe con alcuni giorni di anticipo, anche se resterebbe un'incertezza sui quantitativi complessivi. Le piogge non furono violente ora per ora, ma durarono a lungo su un'area vastissima e su terreni già saturi. Così fu l'intero bacino dell'Arno, con i suoi affluenti, a portare a valle una piena che crebbe nell'arco di molte ore. Gli eventi che negli ultimi decenni colpiscono sempre più spesso la Toscana hanno caratteristiche opposte. Il primo segnale fu la Versilia, il 19 giugno 1996. Un sistema temporalesco stazionario, alimentato da un mare più caldo della norma e innescato dalle Apuane, scaricò quasi 480 mm in circa 12 ore a Pomezzana. Le intensità orarie superarono di molto i 100 mm, mentre a pochi chilometri, a Viareggio, cadevano meno di 8 mm. Da allora episodi simili si sono ripetuti: in Lunigiana nel 2011, a Livorno nel 2017 (210 mm in 2 ore a Valle Benedetta), a Campi Bisenzio nel 2023. Sono nubifragi brevi, intensi e molto localizzati. Colpiscono piccoli bacini e corsi d'acqua minori, che rispondono in pochissimo tempo e lasciano margini ridotti per l'allerta. Si può prevedere che accadano, ma dire con precisione dove e quando resta molto più difficile. Ricordare il 1966 significa quindi anche prepararsi a un rischio che ha cambiato forma.