E' il dictat di un nuovo rapporto ONU che mette in luce con cifre e grafici come la capacità degli ecosistemi terrestri di sostenere il nostro stile di vita sia ormai oltre ogni limite. Lo sostiene il Dipartimento Affari Economici e Sociali dell’ONU (DESA) nel nuovo rapporto “The World Economic and Social Survey 2011: The Great Green Technological Transformation". Dalla rivoluzione industriale ad oggi circa la metà delle foreste del mondo è scomparsa, le risorse di acqua sono drasticamente diminuite e molte di quelle esistenti risultano contaminate; la biodiversità subisce di anno in anno nuove perdite e i mutamenti del clima mettono a rischio molti ecosistemi. In questo lasso di tempo la popolazione della Terra è cresciuta in maniera esponenziale, assieme al reddito certo, ma anche alla domanda di energia e alla produzione di inquinamento. Ancora oggi il 40% dell’umanità usa la legna per produrre energia e il 20% non ha accesso all’elettricità e ben 1,4 miliardi di persone vivono in uno stato di grande povertà, richiedendo ancora più sviluppo per innalzare il proprio livello di vita. Rob Vos, uno dei principali autori del rapporto sottolinea: « Anche se arrestassimo subito i motori della crescita, l'indebolimento delle risorse e l'inquinamento del nostro ambiente naturale proseguirebbero a causa dei metodi di produzione e delle abitudini di consumo attuali. A meno di miglioramenti radicali e della diffusione di tecnologie verdi, non invertiremo la distruzione dell'ambiente in corso, né assicureremo mezzi di sussistenza decente all'umanità intera, che sia oggi o in futuro». Fondamentale sarà la transizione verso tecnologie “verdi” di produzione energetica, transizione che dovrebbe avvenire il più rapidamente possibile. “Queste hanno il vantaggio sia di consumare meno risorse che di limitare al minimo l'inquinamento. Attualmente, il 90% dell'energie sono prodotte con tecnologie "brune" che si basano sui combustibili fossili, i quali sono all'origine di circa il 60% delle emissioni di biossido di carbonio. Ridurre l'utilizzo dell'energia e le emissioni di gas serra esigerà dei cambiamenti radicali nei modi di consumo, sistemi di trasporto, infrastrutture delle abitazione ed altri edifici e infine nelle reti di approvvigionamento idrico e di depurazione». Accanto a quella energetica è però necessaria anche una rivoluzione agricola, Continua il rapporto. «L'agricoltura moderna è la causa di circa il 14% delle emissioni di gas serra e la gestione dell'occupazione dei suoli e delle risorse idriche non è sostenibile a lungo termine. Questi sono stati i risultati della pretesa rivoluzione verde nell'agricoltura degli anni '60 e '70, che ha molto accresciuto la produzione di cibo a livello mondiale, ma ha anche accelerato la degradazione dei suoli e l'inquinamento dell'acqua. Per nutrire una popolazione sempre più numerosa, la produzione alimentare mondiale deve aumentare dal 70 al 100% entro il 2050». Una sfida enorme che per essere affrontata con successo ha bisogno «Di una rivoluzione agricola veramente verde, che impieghi metodi agricoli che comportano un minore spreco di risorse idriche ed un minore utilizzo di prodotti chimici e di pesticidi, all'origine del degrado dei suoli. Questi metodi agricoli esistono, ma bisogna ampliarne l'impiego e metterli alla portata degli agricoltori in tutto il mondo e soprattutto dei piccoli contadini nei Paesi in via di sviluppo». Continua il rapporto spiegando che «sarà necessario promuovere economie di scala (…) anche modernizzando le reti di distribuzione ed i trasporti, creando dei sistemi di irrigazione e di gestione dell'acqua sostenibili e dando accesso al credito ed alla terra. Questo avrà delle vaste implicazioni per l'occupazione dei suoli e l'agricoltura ed l'innovazione in materia di riduzione dei rischi di catastrofe». Le catastrofi naturali sono proprio il segnale più evidente del disequilibrio planetario: il loro numero è quintuplicato dagli anni '70, secondo il rapporto «Le siccità e le inondazioni sono diventate più frequenti e più intense e sono spesso i Paesi più poveri ad essere i più colpiti» Le cause sono molteplici: in parte i cambiamenti climatici, indotti dalle attività umane i cui impatti sono amplificati e aggravati dalla deforestazione, dall'alterazione della protezione naturale del litorale e dalla mediocrità delle infrastrutture. Ridurre i rischi di catastrofe significa cambiare la concezione degli insediamenti umani e delle infrastrutture. Le innovazioni tecnologiche dovranno essere accessibili a tutti e basarsi sul sapere autoctono, in modo da adattare alle condizioni locali. Tema cruciale che percorre tutto il rapporto è quello di un cambiamento politico a tutti i livelli, c’è bisogno di un impegno da parte della comunità internazionale ben più convincente di quelli attuati finora. Il documento del Desa sottolinea che sebbene la maggior parte degli sforzi debba aver luogo a livello nazionale e basarsi sulle condizioni e le risorse locali, è necessario come chiede il rapporto soprattutto «Un impegno internazionale nei settori dello sviluppo e della cooperazione tecnologica, dell'assistenza esterna, del finanziamento degli investimenti e della regolamentazione del commercio. Le imprese ed i governi vedono generalmente nell'insufficienza di finanziamenti il più grande ostacolo per un adattamento più rapido delle tecnologie pulite. Data la capacità limitata di numerosi Paesi in via di sviluppo a mobilitare sul posto un finanziamento a lungo termine». Il Desa riconosce che «L'impegno enunciato nell'Accordo di Copenhagen di mobilitare 30 miliardi di dollari tra il 2010 e il 2012 e 100 miliardi all'anno entro il 2020 in trasferimenti destinati ai Paesi in via di sviluppo costituisce un passo nella buona direzione. Ma, bisogna accelerare la messa in opera di questi impegni e aumentare le risorse a disposizione dei Paesi in via di sviluppo perché questi siano in grado di rilevare la sfida». Pensare globalmente (e agire globalmente) deve essere una questione di governo mondiale, non un motto da ambientalisti. Il rapporto propone «di instaurare a livello mondiale un regime pubblico di condivisione delle tecnologie, così come delle reti di ricerca internazionali sulle tecnologie e dei centri di applicazione. Per diffondere rapidamente la tecnologia verde si impone di applicare delle modalità in materia di diritti di proprietà intellettuale più multilaterali che l'Organizzazione mondiale del commercio attualmente non autorizza» Sha Zukang, segretario generale aggiunto dell'Onu, alla testa del Desa e segretario generale della Conferenza dell'Onu sullo sviluppo sostenibile (Rio+20), che si terrà a Rio de Janeiro nel giugno 2012 afferma che “Bisogna assolutamente leggere questo rapporto mentre ci prepariamo per Rio+20, che sarà l'occasione per definire le vie che conducono ad un mondo più sicuro, più pulito e più prospero per tutti». Per leggere il rapporto: http://www.un.org/en/development/desa/policy/wess/index.shtml